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| Scritto da Paola Manzoni | |
| giovedì 17 luglio 2008 | |
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ABSTRACT: La giovane donna entra nello studio in serata, con i segni sul viso di una giornata sovraccarica, il fisico minuto in parte rallentato nella consueta carica di energia da un movimento un filo claudicante : una brutta caduta che le ha fatto male ad un ginocchio e che stenta a guarire. “Salve, Paola”; la stretta di mano è forte come di consueto, nella poltroncina però si accascia, dimentica del paltò, appoggiato allo schienale.
La giovane donna entra nello studio in serata, con i segni sul viso di una giornata sovraccarica, il fisico minuto in parte rallentato nella consueta carica di energia da un movimento un filo claudicante : una brutta caduta che le ha fatto male ad un ginocchio e che stenta a guarire. “Salve, Paola”; la stretta di mano è forte come di consueto, nella poltroncina però si accascia, dimentica del paltò, appoggiato allo schienale. C’è una buona dimestichezza ormai nel nostro rapporto, che si è sempre svolto nonostante la stanchezza dell’ora di fine giornata. Era iniziato in modo insolito, con una motivazione in parte estrinseca, perché Marta aveva ricevuto dal padre la richiesta di mettersi in gioco lungo un percorso psicologico, alle soglie dei trent’anni. C’era voluto tempo perché la scelta divenisse sua ; e in questo lasso temporale si erano materializzate le difese razionali, quanto è lungo il percorso, qual è il metodo di lavoro, quali obiettivi perseguiamo. Marta d’altro canto è una donna colta, ha una laurea che l’ha appassionata, vuole capire. La curiosità su se stessa aveva comunque prevalso sulle difese; ed il lavoro era decollato, scandito in sedute verbali alternate ad altre condotte nella modalità della Sand Play Therapy. Tema del lavoro, nella sostanza , una dicotomia avvertita con grande lacerazione interna : tra due città , e due grandi poli affettivi; una grande fatica ad accettare paure di separazione per consentirsi di vivere il nuovo. E in quella sera di novembre il verbale rimane succinto; i vissuti di Marta sono di attesa, come ad essere in una fase di passaggio, tra una realtà che presenta aspetti di incrinamento e viceversa direzioni di crescita che non si sono ancora chiarite. Ci rechiamo dopo poco nella stanza della Sand Play Therapy, che nello studio di Milano è separata dal salottino dove accolgo le persone durante il lavoro verbale. Mi reco col quaderno degli appunti alla mia sedia, la zona dell’osservatore silenzioso; Marta rivolge lo sguardo alle sabbiere, quella di sabbia asciutta, l’altra di sabbia umida, già prima bagnata ed amalgamata .Quante volte chiedo a quel gesto, di preparazione, bagnando ed impastando i granellini di sabbia, un aiuto a mettere ordine nei pensieri che si accavallano confusi ! Con rapida decisione la giovane prende la sabbiera umida ed inizia a lavorare alacremente, dal lato corto, spesso considerato facilitare la proiezione del corpo. Traccia con il dito un ovale. Poi si rivolge agli oggetti e prende il cesto delle pigne; le dispone intorno a larga parte dell’ovale. Sceglie tra i contenitori dei materiali alcune pietruzze di colore ambrato e le dispone all’interno dell’ovale, come occhi in un viso. Poi tra le conchiglie, un guscio di ostrica, che pone come bocca nella parte bassa del volto. Infine si rivolge ad un cesto per lei molto abituale, che contiene cocci di ceramica colorata, che spesso mi hanno fatto soffrire nelle sedute con Marta, quando ho sentito che ben si prestavano a rappresentare le sue ferite , le sue lacerazioni più profonde. Ora ne raccoglie pochi, due o tre , rossi e blu, e li dispone sotto il viso, a mò di fiocco; un tocco di completamento leggero. Il lavoro si interrompe e Marta mi guarda, come di consueto, aspettando il mio là per il commento. Con un sorriso timido dice “ Sono io. Sentivo il bisogno di ritrovarmi nella sabbia.” Torniamo nel salottino, dopo il passaggio in bagno per sciacquare le mani. Di là aggiunge “ Volevo fare lei : il suo sguardo, con le rughette che si intravedono sotto agli occhiali, quando mi osserva nel lavoro.” Provo commozione per questo riferimento a me, vi sento un’ intimità insieme tenera e rispettosa. Così , attraverso il processo associativo, ora nella sabbia ci siamo tutt’e due : l’una e l ’altra.
All’interno di tale visione Dora dava una grande importanza alla dimensione religiosa, intesa nel senso più ampio e profondo, aperto agli insegnamenti di grandi esponenti di più confessioni religiose, tra cui il Dalai Lama, l’ ortodosso Athenagoras, esponenti del buddismo, con cui ella intrattenne rapporti lungo il corso dell’intera sua storia. A questo proposito sono rimasta colpita dal passaggio di un’intervista, che la televisione svizzera le fece negli anni conclusivi della sua vita. Il giornalista le domandò direttamente cosa elle intendesse per esperienza religiosa e Dora , donna scarna nelle parole, disse che essa per lei significava nell’essenza “ il trovarsi nell’altro”. Mi permetto un’ aggiunta, ricordando un dialogo che ebbi con una paziente in merito : trovarsi non nel senso tradizionalmente cattolico del connettersi come figli di uno stesso Dio padre; ma proprio nel senso del trovare noi stessi e l’altro come Dio nel rapporto, senza un rinvio necessario ad un cielo separato dalla terra.
Devo dire che personalmente questo modo di definire il religioso mi ha dato grande gioia , un grande senso di condivisione ed insieme la convinzione di una grande vicinanza al tema dell’intersoggettività che è l’oggetto di questo numero della rivista. Ciò che ha molteplici ed importanti implicazioni sul modo di intendere il nostro lavoro di terapeuti.
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 18 luglio 2008 ) |
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