intersoggettività per il cepei PDF Stampa E-mail
Scritto da Sergio Bettinelli   
giovedì 17 luglio 2008
ABSTRACT: Per gli psicanalisti del CEPEI l'idea di intersoggettività sta a fondamento di qualsiasi metodica che voglia definirsi terapeutica. Intersoggettività significa riconoscersi come persona. Il processo individuativo del sé avviene attraverso la relazione, processo reciproco di dipendenza che nel lavoro analitico si trasforma in una relazione “intersoggettiva”: tensione continua, che si sviluppa secondo una modalità dialettica.
 

L'idea di intersoggettività, sia dal punto di vista teorico che di quello della pratica clinica, per gli psicanalisti del CEPEI, sta a fondamento di qualsiasi metodica che voglia definirsi terapeutica. Nel lavoro analitico, per noi, il rapporto medico-paziente da interdipendente, così definito perché il paziente si pone come oggetto bisognoso del medico e il medico come soggetto, che deve soddisfare il bisogno del paziente, si trasforma in rapporto intersoggettivo. Nel progredire dell'analisi infatti, sia analista che analizzando, si pongono come "soggetti in evoluzione", cioè cercano entrambi di dare un significato e un senso all'esperienza di vita che condividono, nella comune ricerca e conoscenza e  nel reciproco dialogo. 

Intersoggettività significa riconoscersi come persone e vuol dire creare i presupposti, perché questo possa avvenire. Il processo individuativo del sé, il percorso della conoscenza di sé,  condizione imprescindibile della vita umana, e il normale sviluppo psicologico di ognuno avvengono attraverso la relazione. La relazione è situazione propria della vita, il nostro esistere è, ha senso, perché c’è relazione: relazione con il mondo, con quello che ci sta attorno, gli oggetti, le persone, noi stessi, il nostro corpo, la nostra mente, il nostro pensiero, i nostri sentimenti. Il senso della nostra esistenza sta proprio nel riconoscerci attraverso la relazione con l’altro che è il diverso da noi, ma l’altro siamo anche noi stessi per noi stessi. 

Naturalmente diverso è relazionarsi cioè confrontarsi con un oggetto, un essere inanimato o un animale, dal confrontarsi con qualcosa che è del tutto simile a noi, che vive le stesse nostre contraddizioni, percepisce le medesime emozioni, gli stessi sentimenti. Solitamente la relazione avviene per necessità, è un “dato di fatto”, può essere indipendente dalla nostra volontà: è una relazione di dipendenza. Parliamo allora appunto di rapporto interdipendente, di interdipendenza: io ho bisogno di questa cosa, di questa situazione, di questa persona per vivere. Per stare bene io ho bisogno di te, tu hai bisogno di me. Il bisogno, la necessità, la dipendenza forse non sono sempre evidenti, ma se riflettiamo con attenzione ci rendiamo conto che è così. Ho bisogno che tu mi riconosca, perché io mi possa riconoscere, tu hai bisogno che io ti riconosca perche ti possa riconoscere,  ma il riconoscerci è condizione essenziale della nostra esistenza. Questo processo reciproco di dipendenza, di interdipendenza, nel lavoro analitico si trasforma in una relazione fra soggetti, anzi è proprio questo lo scopo dell’analisi: il riconoscimento reciproco permette l’individuazione del sé attraverso la trasformazione di un rapporto di interdipendenza, in un rapporto tra “soggetti”, un rapporto “intersoggettivo”. Storicamente l’uscita dall’interdipendenza si attua nel momento in cui io, come analista, prendo distacco dai miei vissuti e dall’esigenza di soddisfarli nell’immediatezza, fondando così la nuova modalità di rapporto con essi. Nasce così il rapporto intersoggettivo, che su null’altro si fonda se non sulla reciproca esistenza. 

Se questo da una parte può sembrare un punto di arrivo, dall’altra rappresenta il punto di partenza per il nostro processo psico-evolutivo e nel contempo rappresenta una situazione a cui dobbiamo e possiamo continuamente tendere, aspirare. Una situazione, che non si realizza in maniera statica, definitiva, ma è appunto una tensione continua, una tensione dialettica. 

Tutta la nostra vita è caratterizzata da questa tensione, ma c’è un “luogo” dove questo processo diventa più esplicito e dove la realizzazione ed la consapevolezza di ciò può permettere il superamento delle problematiche e delle contraddizioni, che si manifestano come un non vivere e consente quell’evoluzione che permette la realizzazione del sé, cioè il senso della vita. Questo “luogo”, questa situazione è la relazione analitica: il luogo dove si realizza l’intersoggettività, dove il rapporto intersoggettivo scaturisce come necessità. 

Il rapporto relazionale analitico acquista una qualità particolare, perché l’evoluzione della personalità porta a una conoscenza universale, che non si identifica solo con quella del soggetto conoscente individuale. Ci siamo resi conto che il concetto di evoluzione non riguarda solo la problematica portataci dal “paziente", ma coinvolge totalmente anche la persona dell’analista: se di evoluzione della conoscenza si tratta, questa deve necessariamente riguardare anche l’analista. Tuttavia, il punto di partenza del rapporto analitico, si rivela differente: il rapporto nasce all’interno di una suddivisione di ruoli, in cui l’analista si pone come soggetto della conoscenza sul paziente, identificato nel ruolo di oggetto della conoscenza, e d’altra parte il paziente si pone come soggetto bisognoso, identificando l’analista come oggetto di soddisfacimento dei suoi bisogni.Il rapporto nasce sempre dunque come rapporto interdipendente, anche se la sua tensione, che é quella di una conoscenza universale che si attua tramite la relazione, é quella di un percorso in cui sia il paziente che l’analista si fanno soggetti di quella conoscenza che emerge dal loro rapporto e dal loro reciproco parlarsi. Da qui la presa di coscienza di un cammino che, per essere evolutivo, deve farsi intersoggettivo.

Nei nostri incontri abbiamo sperimentato sempre più la realtà (o meglio, la tensione) di questa prospettiva. Come scrive Silvia Montefoschi: "Il primo interrogativo che mi pongo, per analizzare le operazioni che si compiono entro il rapporto tra me e il paziente, si rivolge al che cosa io faccio. Io non agisco direttamente sugli istinti, non sugli affetti, non sulla struttura psichica data come cosa; io mi rivolgo a un soggetto nella misura in cui egli si rivolge a me... Riguardo all’interrogativo sul modello di rapporto che distingue il mio relazionarmi da quello del paziente e che mi consente di pormi a lui come parametro, devo dire che esso si fa presente nell’instaurarsi dell’intersoggettività, in cui si colloca anche il momento dell’azione terapeutica, il suo strumento e la sua finalità. (S. Montefoschi, L’uno e l’altro, Feltrinelli 1977 p. 13 e 23) ".

Ci siamo resi consapevoli che "l’approccio e le modalità da noi adottati si basano sul principio dialogico, intersoggettivo, io-tu, ove io entro in relazione con l’altro e l’altro entra in relazione con me, e da questa reciproca relazione nasce un noi che non é solo un io e un tu ma va oltre, é qualcosa di altro che si congiunge ai tanti altri, all’universo ed oltre.( Discorso introduttivo di Antonino Messina alla presentazione pubblica del CePEI, settembre 1998)

"Solo la possibilità di realizzare questo nuovo tipo di relazione, di rapporto intersoggettivo, permette di distruggere quello vecchio, superando l’angoscia della rottura della relazione, l’angoscia della morte. Il mutamento viene percepito come mutamento di sé (da entrambi e contemporaneamente), dell’altro e del rapporto, come rivelazione esperenziale di una possibilità di relazionarsi e di esistere al di fuori della dipendenza. Una psicologia e una pratica psicoterapeutica che voglia porsi come procedimento dinamico di conoscenza di sé e della realtà, non può prescindere dal concepire la personalità umana in una continua tensione evolutiva e intersoggettiva.    
Ultimo aggiornamento ( giovedì 17 luglio 2008 )
 
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