Il paradigma intersoggettivo in psicoanalisi PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Cozzaglio   
giovedý 17 luglio 2008

La psicoanalisi ha segnato una tappa evolutiva cruciale nel pensiero del XX secolo: per la prima volta la soggettività entra, con tutti i diritti, a far parte del metodo di indagine scientifica e non viene più considerata un ostacolo al processo della conoscenza obbiettiva. Tuttavia, la prima riflessione psicoanalitica (da Freud alla Psicologia dell’Io) risente ancora della separazione tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto (nel nostro caso, la psiche umana come un dato di osservazione oggettivo). Il modello freudiano pulsionale descrive la relazione tra soggetti in termini di “proiezioni” e “introiezioni”, “oggetti interni” ed “oggetti esterni”.

Negli anni ’70-80 del secolo scorso, tuttavia, con il progressivo passaggio dal modello “pulsionale” al modello “relazionale”, inizia a comparire il termine intersoggettività in psicoanalisi. Le scuole di pensiero che tracciano le linee del paradigma intersoggettivo si sviluppano in due contesti culturali diversi: negli Stati Uniti con Stephen Mitchell, Robert Storolow, James Fosshage, George Atwood, sulle tracce della riflessione di Heinz Kohut; in Europa, proseguendo la tradizione della psicologia analitica di Carl Gustav Jung, con Silvia Montefoschi (Roma 1926-).

Partiamo dallo sviluppo Statunitense della teoria intersoggettiva. Mitchell (Le relazioni oggettuali nella teoria clinica, Il Mulino, Bologna: 1986) distanziandosi dalla “teoria pulsionale” quale metapsicologia psicanalitica, trasporta anche nella teoria il “processo clinico relazionale” della psicoanalisi. Anche Kouht (La Guarigione del Sé, Boringhieri, Torino: 1977) si era opposto alla metapsicologia classica, affermando che il paziente può essere compreso solo mediante introspezione ed empatia. Il concetto di “traslazione speculare” sull’analista, come necessario passaggio di guarigione delle personalità narcisistiche, in fondo precorreva l’attenzione sulla relazione, sebbene nella terminologia sia ancora simile al modello psicoanalitico classico. Mitchell (Il modello relazionale, Cortina, Milano: 2000) si chiede: “Perché è così facile trascurare la centralità delle relazioni? Noi tendiamo a dare per scontata un’esistenza psichica indipendente in modo molto simile a come diamo per scontata la nostra esistenza fisica indipendente … siamo portati a pensare alle nostre menti come se fossero una nostra proprietà esclusiva, sotto il nostro controllo onnipotente … Forse non è vero che le menti si sviluppano in modo indipendente e solo secondariamente si cercano”.

In questa posizione attenta al contesto relazionale ed alla soggettività c’è la premessa per lo sviluppo della posizione ermeneutica di Robert Stolorow. Per Stolorow l’essere umano è pensabile soltanto in situazioni relazionali, affermando la radicale contestualità dell’essere (I contesti dell’essere, Bollati Boringhieri, Torino: 1992). Come spiega l'autore “la teoria dell’intersoggettività è una teoria di campo o sistemica, in quanto mira a comprendere i fenomeni psicologici non come prodotti da meccanismi intrapsichici isolati, ma come formati nell'incontro di soggettività in interazione”. Storolow, infatti, accusa la psicoanalisi tradizionale di aver descritto i fenomeni psichici secondo il mito della “mente isolata”. “Il mito della mente isolata attribuisce all'individuo un'esistenza separata dal mondo della natura fisica e dal mondo dei legami sociali. Inoltre, tale mito nega l'immaterialità dell'esperienza umana, dipingendo la vita soggettiva in termini reificati. L'immagine della mente isolata rappresenta l'alienazione dell'uomo moderno dalla natura, dalla vita sociale e dalla stessa soggettività”. Questo mito ha finito per determinare nella psicoanalisi l’idea che l’esperienza nasca esclusivamente dall’interno, sia intrapsichica, secondo le leggi delle forze e delle pulsioni psichiche. Verrebbe così negata non solo la dipendenza dall’ambiente, ma anche la stessa soggettività sarebbe positivisticamente ridotta a oggetto di conoscenza, a qualcosa di impersonale. All’opposto, Storolow definisce la relazione analitica come incontro ed intersezione di due soggettività, così che la psicoanalisi diviene “psicoanalisi intersoggettiva”.

La critica è rivolta soprattutto alla psicoanalisi freudiana, che nei suoi sviluppi (Melanie Klein, Psicologia dell’Io) ha continuato a portarsi dietro la visione positivistica debitrice del dualismo cartesiano che separa il pensiero del soggetto conoscente (res cogitans) dall’oggettualità conosciuta (res extensa). Per Cartesio, infatti, anima e corpo sono due sostanze ben distinte, le quali trovano però un punto di incontro “anatomico” nella ghiandola pineale. L’epifisi è per il filosofo l'organo “esteso” che permette alla sostanza “inestesa” di penetrare nei corpi e ai corpi di dialogare con il pensiero (il cogito). Il dualismo gnoseologico e ontologico che ne deriva porta come inevitabile conseguenza ad una concezione della mente non relazionale. Non è un caso se Storolow critica particolarmente, in ambito psicoanalitico, il concetto kleiniano di “identificazione proiettiva”: esso, infatti, postula la trasmissione di una “sostanza psichica” (un pensiero quale fosse un oggetto) da un soggetto ad un altro, con l’effetto di sostituire una dinamica relazionale con lo scambio di contenuti psichici oggettuali tra i soggetti, che restano così separati, per quanto trasmessi. In una visione intersoggettiva, invece, anche i concetti di transfert e di controtransfert sono riconsiderati: essi non esprimono più la mera proiezione sull’altro di vissuti infantili, ma uno scambio relazionale comprensibile anche nel contesto dell’attualità della relazione tra paziente e analista. Storolow, tuttavia, non crea un nuovo paradigma accanto ad uno antecedente, non analizza sino in fondo le diverse declinazioni del rapporto intersoggettivo, ma si inserisce nelle teorie psicoanalitiche esistenti, creando però un nuovo linguaggio che costringe a pensarle in un modo diverso.

In Italia, anche Silvia Montefoschi, proveniente dalla tradizione junghiana della psicologia analitica, inizia a descrivere la relazione psicoanalitica in termini relazionali. Con L’uno e l’altro (Feltrinelli, Milano: 1977) descrive la relazione psicoanalitica come il prototipo di rapporto che passa dalla modalità di relazione “interdipendente” a quella “intersoggettiva”. Ritengo però che Montefoschi descriva in modo più puntuale degli autori americani il procedere del rapporto analitico, proprio definendo la polarità interdipendenza-intersoggettività. L’autrice innanzitutto parte dalla riflessione sulla propria esperienza analitica, prendendo distanza dalle teorie pulsionali: "Il primo interrogativo che mi pongo, per analizzare le operazioni che si compiono entro il rapporto tra me e il paziente, si rivolge al che cosa io faccio. Io non agisco direttamente sugli istinti, non sugli affetti, non sulla struttura psichica data come cosa; io mi rivolgo a un soggetto nella misura in cui egli si rivolge a me. Ciò di cui mi occupo, quindi, è anzitutto il modo dell'altro di mettersi in rapporto con me... e mi occupo anche del modo dell'altro di relazionarsi a se stesso”. Nel rapporto analitico, analista e paziente hanno due modalità iniziali diverse di rapportarsi ai propri vissuti e, di conseguenza, all’altro come interlocutore: “Ciò che ci distingue non sta nell'intensità dei conflitti o nel grado di conoscenza degli stessi, ma sta in qualche cosa che ha a che fare con l'atteggiamento del soggetto nei confronti di se stesso”.

Il paziente, a differenza dell’analista, considera la sua sofferenza come qualcosa su cui egli non ha il potere di agire, come una “cosa” che determina in lui un sentimento di passività, e non la riconsidera come un modo che egli stesso ha di agire rispetto al mondo. Proprio il suo non riconoscersi nei vissuti del suo patimento, lo fa essere “paziente”, in balìa di ciò che patisce che lo aliena, perché è a lui estraneo. In realtà, questa modalità passivo-dipendente del soggetto paziente, coinvolge inevitabilmente anche l’analista nel primo momento del loro relazionarsi dialogico. Anche l'analista, infatti, sebbene tragga dalla sua esperienza riflessiva la capacità di superare l’alienazione dei propri vissuti, in un primo momento si lascia a sua volta coinvolgere dal vissuto reificato del paziente:”. La dipendenza reciproca che si crea tra paziente e analista, “l’interdipendenza”, è per entrambi il primo modo di venirsi incontro nella relazione, nel senso che ognuno dei due tende spontaneamente a soddisfare l’aspettativa dell’altro. La visione di Montefoschi è però dialettica, e descrive il passaggio ad un’ulteriore modalità di rapporto, quella “intersoggettiva”, come possibile evoluzione di quella interdipendente appena descritta. La modalità interdipendente è, infatti, la prima modalità di ogni rapporto umano e corrisponde al primo momento dialettico in cui il soggetto reifica se stesso in oggetto per separarsi da sé nella conoscenza di se stesso. Il secondo momento dialettico è quello del riconoscersi nell’oggetto alienato quale se stesso, cioè il recuperarsi quale soggetto attivo (e non più passivo) dei propri vissuti. E’ dunque nel procedere del rapporto analitico che interviene l'altro polo della relazione, quello intersoggettivo, dove i due del rapporto superano la separazione funzionale di ruoli, soggetto-attivo/oggetto-passivo, e si riconoscono entrambi soggetti, riconoscendo i propri vissuti in quelli dell'altro. "Dall'analisi dei miei vissuti mi sono ben presto resa conto che sono portata a relazionarmi con il paziente in maniera da appagare il suo bisogno di un'attività mia nei suoi confronti e che la difficoltà, nell'astenermi dal farlo, sta nel sentimento di pena e di dolore, che provoca in me l'immagine della sua delusione, e nel sentimento di colpa per uno mio atto aggressivo

Il passaggio dalla modalità di rapporto interdipendente a quella intersoggettiva è una vera e propria “rottura” di uno schema relazionale: “Questa rottura, per essere accettata, deve essere vissuta da entrambi, contemporaneamente, come mutamento di sé, dell'altro e del rapporto stesso, o meglio, come rivelazione esperienziale di una possibilità di relazionarsi, e quindi di esistere, anche al di fuori della dipendenza: il nuovo modello di rapporto che quindi si prospetta, è un modello di rapporto intersoggettivo che su null'altro si fonda se non sulla reciproca esistenza”.

Negli scritti degli anni successivi (1978-2005: si veda l’Opera omnia di S. Montefoschi, Zephyro edizioni, Milano) vi è un ulteriore passaggio nel pensiero di Montefoschi che estende il discorso sull’intersoggettività, quale superamento della dicotomia conoscitiva soggetto-oggetto, dall’ambito relazionale umano alla relazione con tutto il reale. Innanzitutto, per Montefoschi il Soggetto non coincide con l’Io. L’Io è infatti un momento dialettico di reificazione del Soggetto, in quanto complesso di conoscenze in cui il Soggetto tende a riporre la propria presenza e identità. Possiamo dire che il Soggetto si vive Io proprio nella modalità di rapporto interdipendente. In quanto Io, infatti, “proietta” i propri bisogni sull’altro e vede l’altro come altro Io-appagante delle proprie aspettative. E’ solo il recuperarsi come Soggetto Riflessivo che permette all’uomo di vivere l’altro uomo come pari Soggetto, nella modalità di rapporto intersoggettivo, ma tutto questo è per Montefoschi possibile perché laLa conoscenza razionale che l'uomo di scienza fa dell'universo, come di una realtà oggettiva che si dà al di fuori di lui quale soggetto conoscente, coincide con il conoscersi dell'universo in lui”. conoscenza che il Soggetto Riflessivo fa di sé e del reale, coincide in realtà con il conoscersi dell’unico Essere-Soggetto: “

Questa affermazione mina alla radice ogni ontologica separazione tra soggetto e oggetto, tra Soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Tale separazione ha infatti solo un valore gnoseologico, conoscitivo, necessario perché avvenga il processo stesso della conoscenza: come può conoscersi l’essere Uno, se non prendendo distanza da sé per guardarsi e, successivamente, ri-conoscersi in se stesso? “L'essere c’è in quanto si manifesta a se stesso e, nel manifestarsi a se stesso, l'essere si conosce nelle forme che manifestandosi assume. L'universo è esso stesso una conoscenza che l'essere realizza di sé nelle forme che lo compongono. L'uomo, tra queste forme, è quella in cui l'essere rivela il livello più elevato di conoscenza, sicché la conoscenza che l'uomo ha dell'universo coincide con la visione più ampia e più complessa che l'essere realizza di sé attraverso il sistema conoscitivo dell'uomo”. La distanza tra universale e particolare, sociale e individuale, dio e uomo, viene così colmata in modo dialettico.

L’intersoggettività per Montefoschi non è dunque solo la constatazione, come in Storolow, che le menti non sono isolate e che tutte le interrelazioni tra soggetti ci coinvolgono nel sistema relazionale umano, ma è il senso stesso della vita come relazione universale. Il significato della propria conflittualità che, come abbiamo visto definisce la iniziale differenza di ruoli tra paziente e analista, si amplia nel significato stesso dell’esistenza e, come tale, va oltre il ruolo di paziente e di analista. Entrambi, infatti, sono interamente coinvolti nella relazione che si dà nella stanza dell’analisi, perché i problemi che in essa si trattano e che costituiscono il comune terreno di conoscenza, sono i problemi universalmente umani che pongono la domanda sul senso della vita. Come dire: in analisi i grandi interrogativi sulla vita, sulla morte, sull’amore e sul senso stesso dell’esserci dell’essere, sono quelli che operano un processo di “guarigione” perché costituiscono il senso ultimo del nostro esserci intersoggettivo nella relazione.

Ultimo aggiornamento ( giovedý 17 luglio 2008 )
 
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