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ABSTRACT: La psicoanalisi ha segnato una tappa evolutiva cruciale nel pensiero del XX secolo: per la prima volta la soggettività entra, con tutti i diritti, a far parte del metodo di indagine scientifica e non viene più considerata un ostacolo al processo della conoscenza obbiettiva. Tuttavia, la prima riflessione psicoanalitica (da Freud alla Psicologia dell’Io) risente ancora della separazione tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto (nel nostro caso, la psiche umana come un dato di osservazione oggettivo). Il modello freudiano pulsionale descrive la relazione tra soggetti in termini di “proiezioni” e “introiezioni”, “oggetti interni” ed “oggetti esterni”.
La psicoanalisi ha segnato una tappa evolutiva
cruciale nel pensiero del XX secolo: per la prima volta la soggettività entra,
con tutti i diritti, a far parte del metodo di indagine scientifica e non viene
più considerata un ostacolo al processo della conoscenza obbiettiva. Tuttavia,
la prima riflessione psicoanalitica (da Freud alla Psicologia dell’Io) risente
ancora della separazione tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto (nel
nostro caso, la psiche umana come un dato di osservazione oggettivo). Il modello
freudiano pulsionale descrive la relazione tra soggetti in termini di
“proiezioni” e “introiezioni”, “oggetti interni” ed “oggetti esterni”.
Negli anni ’70-80 del secolo scorso, tuttavia,
con il progressivo passaggio dal modello “pulsionale” al modello “relazionale”,
inizia a comparire il termine intersoggettività in psicoanalisi. Le scuole di
pensiero che tracciano le linee del paradigma intersoggettivo si sviluppano in
due contesti culturali diversi: negli Stati Uniti con Stephen Mitchell, Robert Storolow,
James Fosshage, George Atwood, sulle tracce della riflessione di Heinz Kohut;
in Europa, proseguendo la tradizione della psicologia analitica di Carl Gustav
Jung, con Silvia Montefoschi (Roma 1926-).
Partiamo dallo sviluppo Statunitense della teoria
intersoggettiva. Mitchell (Le relazioni oggettuali nella teoria
clinica, Il Mulino, Bologna: 1986) distanziandosi dalla “teoria pulsionale”
quale metapsicologia psicanalitica, trasporta anche nella teoria il “processo
clinico relazionale” della psicoanalisi. Anche Kouht (La Guarigione del Sé,
Boringhieri, Torino: 1977) si era opposto alla metapsicologia classica,
affermando che il paziente può essere compreso solo mediante introspezione ed
empatia. Il concetto di “traslazione speculare” sull’analista, come necessario
passaggio di guarigione delle personalità narcisistiche, in fondo precorreva
l’attenzione sulla relazione, sebbene nella terminologia sia ancora simile al
modello psicoanalitico classico. Mitchell (Il modello relazionale,
Cortina, Milano: 2000) si chiede: “Perché è così facile trascurare la
centralità delle relazioni? Noi tendiamo a dare per scontata un’esistenza
psichica indipendente in modo molto simile a come diamo per scontata la nostra
esistenza fisica indipendente … siamo portati a pensare alle nostre menti come
se fossero una nostra proprietà esclusiva, sotto il nostro controllo
onnipotente … Forse non è vero che le menti si sviluppano in modo indipendente
e solo secondariamente si cercano”.
In questa posizione attenta al
contesto relazionale ed alla soggettività c’è la premessa per lo sviluppo della
posizione ermeneutica di Robert Stolorow. Per Stolorow l’essere umano è
pensabile soltanto in situazioni relazionali, affermando la radicale
contestualità dell’essere (I contesti
dell’essere, Bollati
Boringhieri, Torino: 1992). Come
spiega l'autore “la teoria dell’intersoggettività è una teoria di campo o
sistemica, in quanto mira a comprendere i fenomeni psicologici non come
prodotti da meccanismi intrapsichici isolati, ma come formati nell'incontro di
soggettività in interazione”. Storolow, infatti, accusa la psicoanalisi
tradizionale di aver descritto i fenomeni psichici secondo il mito della “mente
isolata”. “Il mito della mente isolata attribuisce all'individuo
un'esistenza separata dal mondo della natura fisica e dal mondo dei legami
sociali. Inoltre, tale mito nega l'immaterialità dell'esperienza umana,
dipingendo la vita soggettiva in termini reificati. L'immagine della mente
isolata rappresenta l'alienazione dell'uomo moderno dalla natura, dalla vita
sociale e dalla stessa soggettività”. Questo mito ha finito per
determinare nella psicoanalisi l’idea che l’esperienza nasca esclusivamente
dall’interno, sia intrapsichica, secondo le leggi delle forze e delle pulsioni
psichiche. Verrebbe così negata non solo la dipendenza dall’ambiente, ma anche
la stessa soggettività sarebbe positivisticamente ridotta a oggetto di
conoscenza, a qualcosa di impersonale. All’opposto, Storolow definisce la
relazione analitica come incontro ed intersezione di due soggettività, così che
la psicoanalisi diviene “psicoanalisi intersoggettiva”.
La critica è rivolta soprattutto
alla psicoanalisi freudiana, che nei suoi sviluppi (Melanie Klein, Psicologia
dell’Io) ha continuato a portarsi dietro la visione positivistica debitrice del
dualismo cartesiano che separa il pensiero del soggetto conoscente (res
cogitans) dall’oggettualità conosciuta (res extensa). Per Cartesio,
infatti, anima e corpo sono due sostanze ben distinte, le quali trovano però un
punto di incontro “anatomico” nella ghiandola pineale. L’epifisi è per il
filosofo l'organo “esteso” che permette alla sostanza “inestesa” di penetrare
nei corpi e ai corpi di dialogare con il pensiero (il cogito). Il
dualismo gnoseologico e ontologico che ne deriva porta come inevitabile
conseguenza ad una concezione della mente non relazionale. Non è un caso se
Storolow critica particolarmente, in ambito psicoanalitico, il concetto
kleiniano di “identificazione proiettiva”: esso, infatti, postula la
trasmissione di una “sostanza psichica” (un pensiero quale fosse un oggetto) da
un soggetto ad un altro, con l’effetto di sostituire una dinamica relazionale
con lo scambio di contenuti psichici oggettuali tra i soggetti, che restano
così separati, per quanto trasmessi. In una visione intersoggettiva, invece,
anche i concetti di transfert e di controtransfert sono
riconsiderati: essi non esprimono più la mera proiezione sull’altro di vissuti
infantili, ma uno scambio relazionale comprensibile anche nel contesto
dell’attualità della relazione tra paziente e analista. Storolow, tuttavia, non crea un nuovo paradigma accanto ad uno
antecedente, non analizza sino in fondo le
diverse declinazioni del rapporto intersoggettivo, ma si inserisce nelle
teorie psicoanalitiche esistenti, creando però un nuovo linguaggio che
costringe a pensarle in un modo diverso.
In Italia, anche Silvia Montefoschi, proveniente
dalla tradizione junghiana della psicologia analitica, inizia a descrivere la
relazione psicoanalitica in termini relazionali. Con L’uno e l’altro
(Feltrinelli, Milano: 1977) descrive la relazione psicoanalitica come il
prototipo di rapporto che passa dalla modalità di relazione “interdipendente” a
quella “intersoggettiva”.
Ritengo però che Montefoschi descriva in modo più puntuale degli autori
americani il procedere del rapporto analitico, proprio definendo la polarità
interdipendenza-intersoggettività. L’autrice innanzitutto parte dalla
riflessione sulla propria esperienza analitica, prendendo distanza dalle teorie
pulsionali: "Il primo interrogativo che mi pongo, per analizzare le
operazioni che si compiono entro il rapporto tra me e il paziente, si rivolge
al che cosa io faccio. Io non agisco direttamente sugli istinti, non sugli
affetti, non sulla struttura psichica data come cosa; io mi rivolgo a un
soggetto nella misura in cui egli si rivolge a me. Ciò di cui mi occupo,
quindi, è anzitutto il modo dell'altro di mettersi in rapporto con me... e mi
occupo anche del modo dell'altro di relazionarsi a se stesso”. Nel rapporto
analitico, analista e paziente hanno due modalità iniziali diverse di
rapportarsi ai propri vissuti e, di conseguenza, all’altro come interlocutore:
“Ciò che ci distingue non sta nell'intensità dei conflitti o nel grado di
conoscenza degli stessi, ma sta in qualche cosa che ha a che fare con
l'atteggiamento del soggetto nei confronti di se stesso”.
Il paziente, a differenza dell’analista,
considera la sua sofferenza come qualcosa su cui egli non ha il potere di
agire, come una “cosa” che determina in lui un sentimento di passività, e non
la riconsidera come un modo che egli stesso ha di agire rispetto al mondo.
Proprio il suo non riconoscersi nei vissuti del suo patimento, lo fa essere “paziente”,
in balìa di ciò che patisce che lo aliena, perché è a lui estraneo. In realtà,
questa modalità passivo-dipendente del soggetto paziente, coinvolge
inevitabilmente anche l’analista nel primo momento del loro relazionarsi
dialogico. Anche l'analista, infatti, sebbene tragga dalla sua esperienza
riflessiva la capacità di superare l’alienazione dei propri vissuti, in un
primo momento si lascia a sua volta coinvolgere dal vissuto reificato del
paziente:”. La dipendenza reciproca che si crea tra paziente e
analista, “l’interdipendenza”, è per entrambi il primo modo di venirsi incontro
nella relazione, nel senso che ognuno dei due tende spontaneamente a soddisfare
l’aspettativa dell’altro. La visione di Montefoschi è però dialettica, e
descrive il passaggio ad un’ulteriore modalità di rapporto, quella
“intersoggettiva”, come possibile evoluzione di quella interdipendente appena
descritta. La modalità interdipendente è, infatti, la prima modalità di ogni
rapporto umano e corrisponde al primo momento dialettico in cui il soggetto
reifica se stesso in oggetto per separarsi da sé nella conoscenza di se stesso.
Il secondo momento dialettico è quello del riconoscersi nell’oggetto alienato
quale se stesso, cioè il recuperarsi quale soggetto attivo (e non più passivo)
dei propri vissuti. E’ dunque nel procedere del rapporto analitico che
interviene l'altro polo della relazione, quello intersoggettivo, dove i due del
rapporto superano la separazione funzionale di ruoli,
soggetto-attivo/oggetto-passivo, e si riconoscono entrambi soggetti,
riconoscendo i propri vissuti in quelli dell'altro. "Dall'analisi dei miei vissuti mi sono ben presto resa conto
che sono portata a relazionarmi con il paziente in maniera da appagare il suo
bisogno di un'attività mia nei suoi confronti e che la difficoltà,
nell'astenermi dal farlo, sta nel sentimento di pena e di dolore, che provoca
in me l'immagine della sua delusione, e nel sentimento di colpa per uno mio
atto aggressivo
Il passaggio dalla modalità di rapporto
interdipendente a quella intersoggettiva è una vera e propria “rottura” di uno
schema relazionale: “Questa rottura, per essere accettata, deve essere
vissuta da entrambi, contemporaneamente, come mutamento di sé, dell'altro e del
rapporto stesso, o meglio, come rivelazione esperienziale di una possibilità di
relazionarsi, e quindi di esistere, anche al di fuori della dipendenza: il
nuovo modello di rapporto che quindi si prospetta, è un modello di rapporto
intersoggettivo che su null'altro si fonda se non sulla reciproca esistenza”.
Negli scritti degli anni successivi (1978-2005:
si veda l’Opera omnia di S. Montefoschi, Zephyro edizioni, Milano) vi è un
ulteriore passaggio nel pensiero di Montefoschi che estende il discorso
sull’intersoggettività, quale superamento della dicotomia conoscitiva
soggetto-oggetto, dall’ambito relazionale umano alla relazione con tutto il
reale. Innanzitutto, per Montefoschi il Soggetto non coincide con l’Io. L’Io è
infatti un momento dialettico di reificazione del Soggetto, in quanto complesso
di conoscenze in cui il Soggetto tende a riporre la propria presenza e
identità. Possiamo dire che il Soggetto si vive Io proprio nella modalità di
rapporto interdipendente. In quanto Io, infatti, “proietta” i propri bisogni
sull’altro e vede l’altro come altro Io-appagante delle proprie aspettative. E’
solo il recuperarsi come Soggetto Riflessivo che permette all’uomo di vivere
l’altro uomo come pari Soggetto, nella modalità di rapporto intersoggettivo, ma
tutto questo è per Montefoschi possibile perché laLa conoscenza razionale che l'uomo di scienza
fa dell'universo, come di una realtà oggettiva che si dà al di fuori di lui
quale soggetto conoscente, coincide con il conoscersi dell'universo in lui”. conoscenza che il
Soggetto Riflessivo fa di sé e del reale, coincide in realtà con il conoscersi
dell’unico Essere-Soggetto: “
Questa
affermazione mina alla radice ogni ontologica separazione tra soggetto e
oggetto, tra Soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Tale separazione ha
infatti solo un valore gnoseologico, conoscitivo, necessario perché avvenga il
processo stesso della conoscenza: come può conoscersi l’essere Uno, se non
prendendo distanza da sé per guardarsi e, successivamente, ri-conoscersi in se
stesso? “L'essere c’è in quanto si manifesta a se stesso e, nel manifestarsi
a se stesso, l'essere si conosce nelle forme che manifestandosi assume.
L'universo è esso stesso una conoscenza che l'essere realizza di sé nelle forme
che lo compongono. L'uomo, tra queste forme, è quella in cui l'essere rivela il
livello più elevato di conoscenza, sicché la conoscenza che l'uomo ha
dell'universo coincide con la visione più ampia e più complessa che l'essere
realizza di sé attraverso il sistema conoscitivo dell'uomo”. La distanza
tra universale e particolare, sociale e individuale, dio e uomo, viene così
colmata in modo dialettico.
L’intersoggettività
per Montefoschi non è dunque solo la constatazione, come in Storolow, che le
menti non sono isolate e che tutte le interrelazioni tra soggetti ci
coinvolgono nel sistema relazionale umano, ma è il senso stesso della vita come
relazione universale. Il significato della propria conflittualità che, come
abbiamo visto definisce la iniziale differenza di ruoli tra paziente e
analista, si amplia nel significato stesso dell’esistenza e, come tale, va
oltre il ruolo di paziente e di analista. Entrambi, infatti, sono interamente
coinvolti nella relazione che si dà nella stanza dell’analisi, perché i
problemi che in essa si trattano e che costituiscono il comune terreno di
conoscenza, sono i problemi universalmente umani che pongono la domanda sul
senso della vita. Come dire: in analisi i grandi interrogativi sulla vita,
sulla morte, sull’amore e sul senso stesso dell’esserci dell’essere, sono
quelli che operano un processo di “guarigione” perché costituiscono il senso
ultimo del nostro esserci intersoggettivo nella relazione.
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