transfert e controtransfert nel setting musicoterapico PDF Stampa E-mail
Scritto da Emanuela Ritrovato   
giovedì 30 aprile 2009

ABSTRACT:Se il linguaggio verbale si è sviluppato per fornire precise descrizioni della realtà lo stesso non vale per la musica, che infatti non descrive la realtà fenomenica ma descrive piuttosto il mondo interno dell’individuo; come dice Bressan, le frasi musicali si legano  insieme seguendo regole precise e codificate, ma queste regole non si prestano a una traduzione cognitiva, ma come vedremo, simbolica e metaforica.


…La vera musica, che sa far rideree all’improvviso ti aiuta a piangerela grande musica frequenta l’animacol buio inutile, e non si sa perché, e non si sa perché…(“La vera musica”, Paolo Conte)  

E non si sa perché, e non si sa perché, così cantava Paolo Conte in una delle sue più belle canzoni.Questa frase traduce in maniera precisa l’ambiguità di fondo della musica, l’impossibilità di darle una definizione univoca o una descrizione soddisfacente; sappiamo tutti per esperienza comune che la musica e la sua fruizione è un fatto eminentemente interiore, psichico, un’esperienza in cui ognuno trova le proprie ragioni e significati, un’esperienza emotiva e intima che nel momento in cui cerchiamo di descriverla ci sfugge . La musica è un mistero, “…fra tutti i linguaggi, solo la musica riunisce i caratteri contradditori d’essere a un tempo intelligibile e intraducibile (..), il suo privilegio consiste nel saper dire quello che non può essere detto in nessun altro modo”, (C.Lèvi-Strauss). Se il linguaggio verbale si è sviluppato per fornire precise descrizioni della realtà lo stesso non vale per la musica, che infatti non descrive la realtà fenomenica ma descrive piuttosto il mondo interno dell’individuo; come dice Bressan, le frasi musicali si legano  insieme seguendo regole precise e codificate, ma queste regole non si prestano a una traduzione cognitiva, ma come vedremo, simbolica e metaforica. Il potere della musica è limitato al campo delle emozioni, il suo arrivare in modo diretto contiene in sé la peculiare capacità di evocazione provocando e facendo scaturire nella coscienza dell’ascoltatore immagini, fantasie, memorie e ricordi, avvicinandosi all’indicibilità del mondo interiore dell’individuo. L’idea di curare con la musica non è affatto nuova, anzi sin dai tempi più remoti questa applicazione è sempre stata presente, in tutte le culture e civiltà, si tratta di un fenomeno universale; nella cultura antica il medico doveva anche essere musicista, il potere terapeutico della musica lo si ritrova nei miti di tutte le culture, nei miti greci per esempio, con Orfeo e il potere incantatorio della sua musica, con Apollo in cui la musica corrisponde a un senso più ampio di ordine e armonia universale, con Dioniso dove troviamo l’elemento più catartico e selvaggio della musica, nei miti celtici, dove si parla della  musica come possibilità di riconnettersi con il divino, con il trascendentale, oppure nella cultura induista, dove la sillaba sacra OM incarna l’essenza mistica dell’intero cosmo e ripetere questo suono o mantra significa unirsi con il tutto perché il suono OM è la totalità. Questo potere lo ritroviamo nella cultura sciamanica dove la cura dell’individuo avveniva proprio attraverso la musica e il canto: ancora oggi nelle culture tradizionali nei processi di guarigione la musica è un elemento imprescindibile, il guaritore si serve dell’aiuto di musicisti che accompagnano l’intero processo di cura; senza andare troppo lontano, si pensi a un mito del nostro sud, il tarantolismo, dove si dice che le donne venissero morse da un ragno e cadevano malate, a seconda di come era il morso i musicisti suonavano particolari ritmi che assomigliavano al tipo di morso ricevuto; in questo caso la cura si protraeva per alcuni giorni, la malata entrava in uno stato di possessione attraverso ritmi incalzanti che le permettevano di liberarsi dalla sofferenza causata dal morso. La musicoterapia come disciplina moderna, cioè come un insieme di teorie, regole, metodologie e campi di applicazione si definisce più o meno intorno agli anni ’50, cioè è una disciplina piuttosto giovane. Classicamente intesa, la musicoterapia è una  terapia che utilizza il suono, la musica e il movimento per favorire l’espressione del paziente, la regressione e l’apertura di canali di comunicazione alternativi a quello verbale e lo fa sfruttando due metodi: MUSICOTERAPIA ATTIVA, che è creata dal paziente stesso in relazione al terapeuta con l’ausilio di strumenti musicali messi a sua disposizione all’interno del setting, o con suoni e rumori emessi a lui stesso. MUSICOTERAPIA RICETTIVA o PASSIVA, che consiste nell’ascoltare brani musicali scelti appositamente dal terapeuta in relazione allo stato del paziente per favorire nuove possibilità di comunicazione ed espressione di contenuti emotivamente rilevanti per il paziente stesso. In questa riflessione considereremo la tematica del transfert e controtransfert nell’ambito della musicoterapia attiva.Il setting musicoterapico è dunque prevalentemente non verbale, dove la relazione tra paziente e terapeuta è mediata e sostenuta dal suono e dalla musica, che come dico spesso,  si prende cura dei due attori e della relazione stessa; nell’immaginario comune la cura con l’utilizzo della musica viene vissuta più come un momento puramente ricreativo, espressivo o tutto al più come momento catartico.Pur essendo presenti questi aspetti, nel suo senso più vero e profondo, cioè nel suo senso più psicologico, la musicoterapia è un incontro tra due vissuti, due realtà psichiche, (nel caso della musicoterapia di gruppo queste tematiche le ritroviamo estese a più persone, a più mondi) insomma tra due modi di essere nel mondo che si svelano attraverso un racconto musicale; è un incontro che proprio perché si snoda attraverso il suono è più diretto, meno mediato ma anche più misterioso  e ci  chiede, a mio avviso, di porre un ascolto attentissimo, uno sguardo in trasparenza, per citare Hillman, alle dinamiche transferali e controtransferali che avvengono  in questo particolare contesto. Intanto questo racconto musicale è molto spesso metaforico, la musica vissuta diventa metafora per dire altro; già a cominciare dallo strumento che il paziente sceglie, nel suo modo di suonare, nel modo di stare nel tempo, nella difficoltà a intonare un certo intervallo, nel modo di cantare tutto ci parla apparentemente del suo mondo musicale, metaforicamente di altro. Mi viene in mente una persona che nell’intonare una nota non riusciva a mantenere il suono alla stessa altezza, cioè il suono oscillava, andava su e giù, su e giù. Oppure un’altra che non riusciva mai a stare nel tempo, o era troppo veloce o troppo lenta e quindi trasformava ogni canzone secondo il suo modo di sentire il ritmo. Il terapeuta, che pure rimane sul piano musicale, è chiamato a leggere il fenomeno su due piani: il primo letterale, cioè quello che appare, la superficie, il secondo metaforico, quello che sta sotto alla superficie, che richiede uno sguardo obliquo. Nei casi descritti sopra, non tenere un suono fermo e non andare a tempo, potremmo trovare nel primo caso il non avere un centro, che assume la forma del salire e dello scendere,  picchi di euforia e disperazione, su è giù, nel secondo caso l’impossibilità di stare nel presente, in fondo l’impossibilità di riconoscere l’altro o meglio l’impossibilità di trovare un ritmo condiviso. Come dice Nelson Goodman “..la buona metafora dà appagamento nel momento stesso in cui sorprende.” Quando il terapeuta rivolge questo ascolto attento e profondo il paziente coglie l’inaspettato attraverso l’ovvio e  in questi continui trasferimenti di senso, in questo dire e non dire, in questa ambiguità di fondo nasce e si forma la relazione. Nell’ascolto attento del dispiegarsi sonoro il terapeuta deve prestare la stessa attenzione a ciò che sente rispetto al suo agire insieme al paziente; qui nasce una prima difficoltà, perché rispetto alla psicoterapia, dove classicamente il terapeuta ascolta e il paziente parla, il musicoterapeuta agisce insieme al paziente, “fa” musica con il paziente, suona con lui, canta con lui, lo accompagna, improvvisa con lui. Paziente e terapeuta stanno insieme nel “musicale vissuto”, entrano nel rito del “fare musica” dove il corpo è massicciamente presente e si impone attraverso gesti che sono unici di quel “fare”. In questo agire insieme si crea un’intimità corporea che in particolari momenti di intensità della produzione sonora può far nascere sentimenti vicini alla partecipazione mistica, dove il due diventa uno, dove i respiri, le voci e il sudore si fondono e confondono. Il terapeuta, a mio avviso, deve allora imparare a stare in questo agire attraverso una “vicinissima distanza” che gli consenta di non perdere il suo sguardo sull’altro, senza dimenticare, come dice Hillman, che “..quando entriamo in un rituale, l’anima delle nostre azioni viene fuori”.Senza questa “vicinissima distanza” la terapia si ridurrebbe a puro sentire che attende continuamente di essere soddisfatto, diventa solo un movimento regressivo, di fusione simbiotica che, se protratto a lungo, impedirebbe il processo trasformativo.Il controtransfert inizia con l’accoglienza, cioè dobbiamo vedere che suoni siamo disposti ad accogliere; ci sono suoni piacevoli, belli, armoniosi, brutti, fastidiosi, ripetitivi, monocordi, educati, paurosi, primitivi; c’è spesso la mancanza di suono, il silenzio più totale. Cosa siamo disposti ad accogliere? Quali suoni sono necessari alla relazione e quali no? Qui abbiamo la seconda difficoltà perché il musicoterapeuta è (o dovrebbe essere) anche un musicista e deve stare attento a non scivolare nella tentazione estetica che è comunque presente perché ci muoviamo in un ambito che in qualche modo appartiene anche all’arte. Capita di sentire una particolare propensione verso quel paziente che ci gratifica dal punto di vista estetico, quello che ha una bella voce, o che ha inventiva ritmica o altro ma questo è un pericolo perché c’è il rischio di travisare il senso stesso della terapia che è la centralità del paziente e del suo mondo. Quando un paziente ci gratifica con i suoi suoni possiamo star sicuri che siamo lontani da ciò che io chiamo “i suoni necessari” affinché la relazione possa essere autentica e trasformativa, terapeuta e paziente rimangono solo sul piano estetico, apollineo e così facendo eliminano il dionisiaco, il doppio , l’ombra, il mistero e la morte. Ed è per questo che il musicoterapeuta non può essere soltanto un musicista, il fine del suo lavoro non è estetico anche se spesso ad un miglioramento del paziente si accompagna un miglioramento estetico, ad esempio la voce è più bella, sonora e l’ascolto verso l’altro è più fine, più attento. Mi viene in mente un caso che ho discusso in supervisione; una collega aveva un paziente molto difficile, refrattario a qualsiasi contatto di tipo musicale, molto ritirato e depresso, insomma un paziente che non voleva fare niente. Lei si sentiva molto in difficoltà, cercava di stimolarlo ma senza risultati, gli unici dati che emergevano è che al paziente piaceva la musica thecno, la musica da discoteca, è una musica diciamo molto primitiva dove prevale la pulsazione ritmica, e che gli piaceva muovere i suoi bracciali. Io le consigliai di non fare niente, di addobbarsi di bracciali e collane come una donna africana (cioè le chiedevo di far diventare il suo corpo sonoro) e semmai di sentire con lui questa musica. La sua reazione, in prima battuta, fu di rabbia dicendo che lei non ce l’avrebbe fatta a sentire questa “musica di merda” (proprio così!), e che se proprio avesse dovuto ascoltarla mi chiedeva almeno di poter fare qualcosa, tipo riordinare la stanza. Il problema ovviamente non sta nel fatto che questa risposta è in sé non adeguata, ma che cosa era andata a toccare nella terapeuta la richiesta del paziente, quali fantasie di aggressività nascevano in lei durante l’ascolto di questa musica? Perché questo rifiuto così deciso, che cosa provava lei rispetto all’aggressività del paziente, come viveva il fatto di non fare nulla se non stare semplicemente vicino a lui? Perché non poteva stare ferma ma doveva per forza fare qualcosa? Perché il paziente avrebbe dovuto gratificarla rispetto ai suoi sforzi? Perché lei preferiva la melodia rispetto al ritmo se pur così primitivo? Quale tipo di energia in lei era bloccata?Ovviamente essendo una brava terapeuta si è fatta tutte queste domande capendo che il problema era suo e che nel momento in cui si fosse posta in un vero ascolto dei bisogni dell’altro le cose avrebbero cominciato a funzionare. Un livello di criticità così alto non significa che le cose non vanno, anzi significa che la relazione c’è ma che ci pone inevitabilmente di fronte e continuamente ai nostri nodi irrisolti. Quando lei ha rivisto il paziente dopo la supervisione si è presentata carica di monili, si è messa davanti a lui in silenzio ed è cominciato un gioco, lui ha cominciato a sfilarle i bracciali e le collane e poi a rimetterglieli, lei lo ha fatto con i suoi, così fino alla fine della seduta, due corpi sonanti e risonanti che per la prima volta si incontravano. Come ho già detto bisogna dubitare delle situazioni in cui tutto fila liscio perché è molto probabile che l’investimento affettivo sia povero o peggio assente.Il transfert, come sempre e anche qui, non emerge subito, emerge quando il paziente sente di potersi fidare, quando si rende conto che il terapeuta è disposto ad accogliere il suo mondo sonoro e affettivo, fosse anche fatto di nulla.Riporto un episodio di una bambina che sto seguendo attualmente insieme a una collega: la bambina ha 11 anni, un lievissimo ritardo mentale, ma soprattutto è molto emotiva. Stiamo suonando alcune percussioni e mi chiede di cambiare strumento, io non capisco subito e lei molto dura mi fa: “…non quello strumento, quell’altro imbecille!” A quel punto ogni momento della seduta è un’occassione buona per darci delle imbecilli, è talmente arrabbiata e continua a dirci che siamo due imbecilli. Mi fermo un attimo, la guardo e poi le dico che è arrivato il momento di scrivere una bella canzone al pianoforte, il titolo è “Due imbecilli”; lei rimane un po’ spiazzata dalla richiesta che però le piace subito, improvvisiamo un testo, ognuna dice la sua frase e poi decidiamo che tipo di accompagnamento fare, ovviamente è stata una seduta in cui abbiamo riso molto! Per la bambina il fatto di poter tirare fuori la sua aggressività senza distruggerci è stato molto importante rispetto alla sua fiducia nei nostri confronti, perché malgrado ci avesse maltrattate la nostra risposta è stata affettiva e non espulsiva. Dopo questo episodio la bambina è diventata molto più affettuosa e collaborativa  e non ci ha più aggredito verbalmente. La cosa più importante è stata trasformare questa scarica aggressiva attraverso una forma musicale, la forma-canzone perché dava spazio e senso a questa scarica, le dava diritto d’asilo, la canzone avrebbe contenuto la sua aggressività senza distruggerla, senza distruggerci. La canzone è diventata un oggetto, un materiale, un simbolo trasformativo, la possibilità di dare un ordine a un materiale incandescente. Attraverso le sue strutture, in questo caso la forma-canzone, noi ci siamo affidate alla funzione ordinatrice della musica, dove, per dirla con A.Romano, la musica diventa un ponte tra il caos delle emozioni e la ragione, ponte tra inconscio e conscio, “…la musica si fa veicolo di civilizzazione e dunque, in termini psicologici, di adattamento alla realtà. Rendendo “dicibili” le emozioni, rende possibile viverle in modo non distruttivo”.

Bibliografia

- Nelson Goodman, I linguaggi dell’arte, Edizioni Il Saggiatore

- Kenneth Bruscia, Definire la musicoterapia, Edizioni Gli Archetti

- James Hillman, Re-visione della psicologia, Edizioni Aleph

- Livio Bressan, in Psicoanalisi e musica, La musica del diavolo: il diavolo in musica, Edizioni Moretti e Vitali

- Lèon Bence-Max Méreaux, Musicoterapia, ritmi armonie e salute, Edizioni Xenia

- Augusto Romano, Musica e psiche, Edizioni Bollati Boringhieri

- Vladimir Jankélévitch, La musica e l’ineffabile, Edizioni Bompiani 

Emanuela Ritrovato, musicista e musicoterapeuta di formazione junghiana. Collabora come consulente musicoterapeuta presso l’ex O.P Paolo Pini e presso l’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda  di Milano. Esercita la libera professione con adulti e bambini. Attualmente docente di musicoterapia presso “Arpamagica”, scuola di formazione in musicoterapia di Milano.

 

 

Ultimo aggiornamento ( giovedì 30 aprile 2009 )
 
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