caratteristiche della dinamica transfert-controtransfert nel doppio setting PDF Stampa E-mail
Scritto da Serena Magri'   
giovedì 30 aprile 2009

ABSTRACT:La paziente mette in scena una sorta di sofferenza destrutturata, una vera e propria orgia del dubbio, descrivendo una prigionia senza fine in circuiti ossessivo-compulsivi, dai quali l’analisi, a suo dire, non l’avrebbe in alcuna misura liberata.

 

Un collega, che da molti anni (circa dieci) segue con un setting settimanale una paziente 45enne affetta da Disturbo d’ansia e Disturbo evitante di personalità, me la invia per un appoggio psicofarmacologico.Siamo alla vigilia delle vacanze estive. Momento da sempre critico per la paziente, che deve organizzare soggiorni in luoghi lontani, modificando così le sue abitudini di vita.Non vuole infatti che la sua famiglia, composta da marito e due figli ancora piccoli, rinunci a questi viaggi estivi a causa delle sue limitazioni.Il conflitto tra il bisogno di adeguarsi a un modello di madre e moglie intraprendente e la necessità di proteggersi dall’ansia attraverso abitudini di vita rigide e sedentarie, determina l’accentuarsi del malessere della paziente.Questa la ragione della richiesta di consultazione, preannunciatami dal collega, che per telefono mi presenta brevemente il caso.La paziente è donna piacevole, leggermente impacciata, timida, fornita di un competente pensiero psicologico.Le notizie che di sé mi dà coincidono inizialmente con le informazioni che ho avuto dal collega, dunque con l’immagine che di lei mi sono fatta.C’è un’alleanza interna tra me e il collega, con  vissuto neutro rispetto alla paziente.Nel corso del colloquio, la comunicazione della paziente si fa inarrestabile, lamentosa, autoaccusatoria, ripetitiva.La paziente mette in scena una sorta di sofferenza destrutturata, una vera e propria orgia del dubbio, descrivendo una prigionia senza fine in circuiti ossessivo-compulsivi, dai quali l’analisi, a suo dire, non l’avrebbe in alcuna misura liberata.Parallelamente al crescere in me di una forma di angosciata irritazione, mi accorgo di non vedere più la paziente come me l’ha presentata il collega.Si rompe l’alleanza interna col collega.In me si anima la raffigurazione di una paziente afflitta, inguaribile, corrosiva, ambivalentemente legata al suo analista e alla pratica del setting.Ineliminabile, il setting, al pari delle molte altre coatte strategie di autorassicurazione.All’interno di questa configurazione, l’analista è l’onnipotente controllore della vita e del benessere della paziente.L’alleanza interna col collega si trasforma in un disaccordo persecutorio. Il collega diventa una figura sadica, che tiene in scacco angosce senza nome  mediante meccanismi di controllo in grado di creare dipendenza.Questo immaginario è presumibilmente attivato da dinamiche di identificazione proiettiva in atto tra me e la paziente.Così, quando la paziente mi fa la domanda: Mi aiuterà la psicoterapia? E’ tanti anni che la faccio e sono sempre allo stesso questo punto! mi scopro in alleanza emotiva con lei. La sua domanda è la mia.Alleanza interna col paziente, contro il collega.La mia posizione mi obbliga a mantenere la neutralità. Quindi controllo il controtransfert, modero il coinvolgimento,  non do risposte.L’analisi del mio controtransfert mi porta a supporre che siano in atto – tra la paziente e il suo analista – collusioni inconsce in grado di raggiungermi. Ma, anche, e dal momento che conosco personalmente il terapeuta in questione, posso presumere che al mio controtransfert non siano estranee dinamiche transferali inerenti al mio rapporto con lui.Prescrivo alla paziente una terapia farmacologia e la congedo.

Mi chiedo se parlare al collega del mio controtransfert, con tutte le sue complesse implicazioni.

Ma questa è un’altra storia.

 

Ultimo aggiornamento ( giovedì 30 aprile 2009 )
 
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