La ruota entra nella storia dell’uomo nel corso del IV millennio a.C.: la troviamo in area mesopotamica, alcuni millenni dopo i primordi della rivoluzione agricoladel neolitico, precedentesolo di qualche secolo le prime prove della scrittura.
La ruota entra nella storia dell’uomo nel corso del IV millennio a.C.: la troviamo in area mesopotamica, alcuni millenni dopo i primordi della rivoluzione agricoladel neolitico, precedentesolo di qualche secolo le prime prove della scrittura.
In senso simbolico e reale potremmo dire che, con l’invenzione della ruota, il tempo prima ciclico e infinitamente ripetitivo, osservato nella volta del cielo e nello scorrere delle stagioni,comincia a svolgersi anche in direzione lineare.
Nella ciclicità delle stagioni, sempre ritornante su se stessa, irrompe la componente della direzione.Il tempo, pur conservando la sua ciclicità,diviene irreversibile e nasce la storia.
L’uomo comincia a fare osservazioneconsapevole di ciò che osserva.
La scrittura ratificherà, a pochi secoli di distanza, con la registrazione degli eventi, la direzione presa e la irreversibilità di ogni azione umana.Ogni evento registrato viene fissato e diventa luogo di esperienza su cui si baserà l’evento successivo.Passato, presente e futuro cominciano a differenziarsi. Il vivere diventa percorso e nel percorso l’uomo ha il primo sentore di un progetto.
Domesticazione degli animali, agricoltura, ruota, scrittura segnano le tappe della percezione nell’uomo di un progetto nell’essere: del suo progressivo sentirsene collaboratore e del suo drammatico impossessarsene.
Ruota e scrittura trovano forma e realtà nella prassi del lavoro: come potenziamento dell’opera dell’uomo.
Si racconta, in uno degli antichi poemetti sumeri sul re Gilgamesh, della sua impresa verso la foresta dei cedri nel Libano. Durante quelle spedizioni in cui Gilgamesh e i suoi seguaci vinsero il potere magico della foresta per riportare nelpaese tra i due fiumi i tronchi tagliati, preziosi alla costruzione del tempio, i Sumeri possono aver osservato come il trasporto dei tronchifosse facilitato dal loro rotolamento.
Le prime ruote rappresentate nei bassorilievi e sigilli sumeri del III millennio, sono dischi di legno massiccio rotanti attorno ad un asse, poste sotto carri trainati da bovidi. Contemporaneo al primo uso della ruota l’inizio dell’uso della vela per la navigazione fluviale in Egitto. La ruota massiccia poi impiegheràcirca un millennio per evolversi nella più agile ruota a raggi imperniata sul mozzo.
Alla ruota da trasporto si affiancarono in tempi analoghil’invenzione del tornio da vasaio, del tornio da mola e della ruota di mulino.
Comune a tutti i tipi di ruota, come allo sfruttamentodel vento per il viaggioper via d’acqua, è l’utilizzo di una forza della natura per un lavoro umano.
Verso la metà del III millennio a.C., congiuntamente alla domesticazione del cavallo in centrasia,la ruota diventa strumento di conquista. Posta sotto il carro da guerra trainato dal cavallo diviene lo strumento bellico della potenza conquistatrice dei regni. Il mezzo trainante della conquista di un popolo su un altro.
In un meraviglioso mosaico di arte sumera della prima metà del III millennio a.C., esposto al British Museum di Londra, è rappresentata, su una faccia, l’arte della guerra e sull’altra le opere della pace.La ruota, sotto i carri trainati dai cavalli, appare solo nella rappresentazione della guerra. Nelle opere della pace, libagioni, cortei religiosi e lavori agricoli, i carichi sono portati a spalla.
In un bassorilievo miceneo del XVI sec a.C. esposto nel Museo Nazionale di Atene, (vedi figura) raffigurante un carro da guerra, si legge in sintesi il passaggio dall’arte e civiltà del mediterraneo minoico alla conquista dei guerrierimicenei.
Il carrosu ruota raggiata, trainato dal cavallo, è guidato da un guerriero che tiene salda la briglia del cavallo.Un altro uomo più piccolo precede il cavallo forse tenendolo per la cavezza, forse brandendo un arco a confermare la direzione presa nel telos.Il cavallo corre sopra un ornato di ‘greca cretese’. L’onda del mare che si arricciola su se stessa esi svolge in un fluire infinito e sempre uguale orna anche la parte alta della formella. Il percorso, dalla greca/onda cretese alla ruota che da il moto al carro, risulta chiaro. L’energia infinita del mare che sottende e sovrasta la scena è catturata nei raggi della ruota e nel polso fermo dell’uomo che imbriglia l’animale e utilizzata l’energia catturata e tenuta nel suo viaggio di conquista.
Ma, a sorpresa, sopra la testa del cavallo è scolpita una doppia voluta chiusa e simmetrica che converge al centro nello spuntare di un germoglio. Forse questa doppia voluta che ritroveremo un millennio dopo capovolta nel capitello ionico è solo un ornamento o un riempitivo, ma a noi quella forma rimane misteriosa, come una domanda serrata e non risolta.
Il significato di questo bassorilievo è per certi versi analogo a quello del racconto della spedizione cretese di Teseo. L’eroe miceneo/greco raggiunge il mostro al centro del labirinto, lo vince con la forza virile, ma per uscire da quel viluppo, utilizza l’aiuto della conquistata Arianna. L’eroe esce dal labirinto grazie alla dea straniera sottomessa, ma poi la abbandona su un’isola ai margini della civiltà.
Per i Sumeri il labirinto era il ‘labirinto delle viscere’. Ancora in epoca classica gli aruspici prevedevano le sorti interrogando le viscere calde degli animali sacrificati. Con l’impresa di Teseo (che utilizzava le vele per muovere la sua nave) la civiltà esce dal labirinto delle viscere imponendo una direzione salda e una misura al tempo: la infinità della dea viene lasciata ai margini, in un’sola circondata dal mare, abbandonata ad un Dio ebbro, venerato come perturbatore sacro della civiltà.Dio necessario come il vento e come l’attrito del terreno sulla ruota per il procedere della civiltà medesima.
Come nel bassorilievo miceneo il mare scorre sotto e sopra, oltre i confini della terra coltivata,così il mistero circonda la civiltà greca che ancora lo chiude contenendolo nella doppia voluta del capitello ionico, come nella doppia voluta chiusa e sbocciante in un germoglio del bassorilievo miceneo.