sentimenti controtransferali negativi nella pratica analitica PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuditta Ceragioli   
giovedý 30 aprile 2009

Una collega analista racconta di una sua amica che, chiedendole l'indicazione di un terapeuta per iniziare un secondo percorso analitico, aggiunge: "Ho fatto un'analisi di tre volte alla settimana per anni. Ora vorrei avere un rapporto umano". Anche nella mia personale esperienza come paziente ho sperimentato, in tempi abbastanza recenti, la relazione con un analista junghiano assolutamente silenzioso, anaffettivo, frustrante, che invariabilmente rimandava al mittente ogni mia protesta, ogni provocazione, ogni tentativo, anche aggressivo, di sentirlo emotivamente vicino.
Se l'investimento affettivo del paziente nei confronti del terapeuta (e tramite la sua persona, l'investimento nel percorso analitico) è stato da sempre considerato essenziale dalla psicoanalisi, l'ammissione da parte dell'analista dei suoi vissuti emozionali e la loro elaborazione è un campo ancora da dissodare, benché siano trascorsi sessant'anni dalla "scoperta" del controtransfert.
E' nota la posizione freudiana riguardo il controtransfert. Le sue indicazioni tecniche, presenti negli scritti del 1910, del 1912, del 1913-14 sono diventate nei decenni effettive prescrizioni. L'analista, come un freddo chirurgo, competente in una scienza che cura e salva, agisce su un oggetto passivo e inerte. Deve mantenersi opaco, come uno specchio che riflette semplicemente ciò che viene mostrato. L'inconscio del medico deve operare come un ricevitore telefonico che non altera con resistenze o censure il messaggio che gli viene trasmesso. L'ideale di neutralità e astinenza, che costituirà per molto tempo la posizione ufficiale della psicoanalisi, in realtà non è così univoco né negli scritti, né nella pratica clinica freudiana (Albarella e Donadio, 1986; Semi, 1988; Haynal, 1987; Cremerius, 1985). La consapevolezza di un dialogo fra inconsci come principale strumento del lavoro analitico è riconosciuta da Freud e rielaborata soprattutto da Sandor Ferenczi, che, stimolato dallo stesso Freud ad approfondire gli aspetti tecnici della psicoanalisi, svolge una coraggiosa ricerca sulla relazione analitica, fino a mettere radicalmente in questione la posizione del terapeuta. E' Ferenczi che per primo parla di Einfuhlung, empatia: la comunicazione analitica è "questione di tatto" (1927). E' lui che sottolinea l'importanza della dimensione non verbale dello scambio analitico. Ma soprattutto, nel Diario Clinico del 1932, Ferenczi afferma che la via regia del processo analitico è più che il sogno, la relazione, e sull'intreccio transfert-controtransfert svolge una sperimentazione spregiudicata e pionieristica. Ferenczi fu progressivamente emarginato dal movimento psicoanalitico e il Diario Clinico venne dato alle stampe solo nel 1985. Ma a partire dal secondo dopoguerra, anche grazie ai suoi allievi (Balint, 1939), l'esigenza di discutere il tema del controtransfert si fece pressante, sia nei confronti della prospettiva freudiana "classica" (Annie Reich, 1950), che di quella kleiniana (Money-Kyrle, 1956). I protagonisti della "scoperta" del controtransfert furono Winnicott (1947), Paula Heimann (1949), Little (1950) in Gran Bretagna, Racker (1948) in Argentina, Frieda Fromm-Reichmann (1950) e Sullivan (1953) negli Stati Uniti. Successivamente l'indagine sulla fenomenologia, sul significato, sul valore e l'utilizzabilità del controtransfert ha segnato fasi alterne di interesse.
Oggi l'analista che si comporta secondo le prescrizioni tecniche freudiane dell'astinenza sembra un'immagine del tutto superata. E' difficile sentir negare l'importanza del controtransfert: molti analisti riconoscono la propria partecipazione affettiva e si interrogano sulla gestione delle proprie emozioni nella relazione analitica. Ma davvero si procede a un effettivo e approfondito "lavoro" su questi affetti? In particolare, è difficile elaborare il disagio, la sofferenza emotiva, il senso di colpa prodotti da emozioni che contrastano con l'immagine ideale di sé che ogni analista inevitabilmente si porta dentro. Mi riferisco a vissuti intensi, perturbanti e poco controllabili come l'attrazione amorosa e l'odio per il paziente. Mentre mi sembra che la prima sia relativamente più rara, il secondo comprende una gamma di vissuti egodistonici che accadono con frequenza.
Due precisazioni sono necessarie. Devo in questa sede dare per scontata, per motivi di spazio, la nozione di "odio" a cui faccio riferimento: intendo, complessivamente, quelle sensazioni di fastidio, rabbia, rifiuto, insofferenza che si manifestano anche con micro-somatizzazioni, come la sonnolenza, la difficoltà a concentrarsi, formicolii, impulsi muscolari ecc. Considero con il termine "controtransfert" la "risposta totale" dell'analista (Little), ovvero l'insieme dei vissuti emotivi che il terapeuta prova, senza distinguere se siano prodotti dall'identificazione proiettiva, dalla controidentificazione proiettiva (Grinberg), da ferite conseguenti a nevrosi più o meno cicatrizzate nella psiche del terapeuta (Racker), oppure da "oggettivi" e reali sentimenti ed emozioni scaturite nell'interazione (Winnicott). E' naturalmente molto importante per l'analista individuare l'origine di queste emozioni dentro di sé, per poterle elaborare e utilizzare appropriatamente.
Con Ferenczi (1932) possiamo individuare una prima forma in cui l'odio dell'analista si manifesta: l' "insensibilità" dell'analista che si attiene alla "classica" indicazione freudiana della sospensione dei vissuti emotivi nei confronti del paziente, instaurando una relazione asimmetrica, nella quale il terapeuta si identifica con la coscienza osservante, in cui osservatore e osservato vengono scissi. Dietro ad una formale "attenzione fluttuante", dietro a un comportamento controllato, "immutabilmente rigido, pieno di bontà e altruismo" possono celarsi indifferenza, noia, carenza di partecipazione empatica, che il paziente inconsciamente recepisce. Nei momenti in cui rivive le sue dolorose esperienze traumatiche, condividendole con il terapeuta, se questi ripropone un'obiettivazione dei vissuti invece di trasmettere la sua profonda partecipazione empatica, l'analizzando si sentirà tradito e sfiduciato e potrà innescare un transfert negativo o una fuga dall'analisi. Può accadere che l'astinenza, la distanza, la frustrazione libidica coprano la paura della condivisione emotiva, del coinvolgimento senza riserve con il terrore e il dolore che il paziente esprime. In questo modo l'analista ricalca il modello relazionale rifiutante, non responsivo, che il paziente ha sperimentato traumaticamente con il genitore nell'infanzia e che ha determinato la sofferenza nevrotica o psicotica. Ferenczi indica altre forme di "insensibilità"che si manifestano nell'uso aggressivo e colpevolizzante dell'interpretazione: ad esempio, attribuire alla resistenza del paziente ogni difficoltà del percorso analitico, o interpretare ogni dettaglio delle comunicazioni dell'analizzando in senso transferale. Questa situazione di "delirio narcisistico" dell'analista trasforma la sua colpa inconscia per l'odio inespresso in atteggiamento persecutorio, che viene proiettato sul paziente. Esso può determinare un'atmosfera di "lotta inconscia", nella quale le regole tecniche vengono usate come armi di sopraffazione. Anche Winnicott (1969) mette in discussione l'attività interpretativa quando essa risponde più a un bisogno dell'analista di gratificazione (quindi a un'esigenza di superiorità indiscussa, che cela sentimenti aggressivi) che alla effettiva situazione psichica del paziente. L'interpretazione, anche se formalmente corretta, può avere esiti disastrosi e disgreganti nei frangenti in cui il paziente sta attaccando aggressivamente l'analista. Questi, invaso da una situazione di caos che non riesce a controllare, si rifugia nell'attività analitico-interpretativa come in qualcosa di certo e di giusto, che però risulta inefficace e financo distruttivo, proprio perché, invece che accogliere e riconoscere le emozioni incontrollate in circolo, ne propone troppo presto una presa di distanza.
L'altra faccia dell' "insensibilità dell'analista" è "l'analista compulsivamente devoto", descritto da Ferenczi e da Searles (1979), mosso dalla ricerca di un'autentica partecipazione empatica, desidera fornire al paziente un'esperienza gratificante di accoglimento materno senza riserve. Searles esplora le profonde motivazioni inconsce dell'overdoing di questo analista: il bisogno di riparazione; l'introiezione della colpa per aver fallito questo compito, ma anche per l'ambivalenza dei sentimenti nei confronti del paziente; la fantasia infantilmente onnipotente, stimolata dal Super-io più arcaico del terapeuta, di trionfare come guaritore. Molti resoconti di casi clinici particolarmente impegnativi descrivono l'eccesso di concessività dell'analista nei confronti di pazienti inesauribilmente fagocitanti, la frustrazione degli sforzi, il senso di inadeguatezza, il sacrificio della propria vita personale, fino alla sottomissione masochistica del terapeuta. Immancabilmente in questi casi l'esito è infausto, perché il paziente percepisce l'odio inconscio, profondamente represso, dell'analista, e mette in atto un'escalation di richieste manipolatorie e svalutanti, che esprimono il suo disprezzo e la sua distruttività. Winnicott chiarisce magistralmente l'intreccio emotivo di queste situazioni e afferma che il paziente in questi casi non ha bisogno di una risposta pervicacemente benevola e accogliente alle sue provocazioni, ma ha bisogno di poter essere francamente e apertamente odiato per poter sentirsi infine degno di amore e poter amare a sua volta. Winnicott definisce questa situazione relazionale come "odio oggettivo" dell'analista. Fondandosi su consistentissimi dati di esperienza, raccolti anche nel suo lavoro con le madri e i bambini, rovescia la concezione che quanto più grave è la carenza affettiva, tanto più oblativa debba essere la dedizione di chi si prende cura. Così Winnicott non solo rivendica la funzione terapeutica dell'autentica partecipazione affettiva dell'analista, ma anche conferisce all'odio e all'aggressività un valore essenziale per lo sviluppo, la crescita e la riparazione del sé.
Winnicott (1947, 1971) identifica anche un "odio normale", che il terapeuta prova nei confronti di tutti i pazienti, indipendentemente dalla gravità e dalla qualità della loro patologia, componente dell'insieme dei vissuti che sperimenta nella situazione analitica: desiderio di riparare, timore di fallire, paura di un coinvolgimento doloroso e difficile, fatica nei confronti di un lavoro spesso oscuro, da costruire ogni volta in modo nuovo, e molto altro. Tramite alcune regole fondamentali del setting il terapeuta esprime il suo odio legittimo: per esempio, attraverso la determinazione del tempo della seduta e il pagamento dell'onorario. Il controllo temporale della sua esposizione psichica al paziente e la certezza che sarà riconosciuto il valore pattuito di essa costituisce il contenitore delle reciproche emozioni distruttive, che si attivano intensamente quando queste regole vengono disattese o infrante.
Le forme di odio descritte scaturiscono prevalentemente dall'assetto psichico dell'analista stesso: è però essenziale tener presente che possono essere il risultato di processi di identificazione proiettiva dell'analizzando (Langs, 1979, 1982) e di controidentificazione proiettiva (Grinberg, 1962). I vissuti aggressivi che l'analista sperimenta possono anche essere correlati a componenti patologiche non risolte, a zone dolenti o fragili della sua personalità, che egli ha il dovere di comprendere e curare. Se questa affermazione è universalmente riconosciuta, molto diversificati ne sono i significati e le implicazioni. L'ideale di un analista "completamente analizzato" nasconde una dimensione di onnipotenza superegoica. Ammettere l'inevitabile e costitutiva incompiutezza della "equazione personale" dell'analista significa in primo luogo uscire dalla dicotomia fra l'immagine grandiosa del terapeuta insensibile o di quello compulsivamente devoto. Implica soprattutto un radicale cambiamento di prospettiva circa la funzione della personalità del terapeuta nel processo analitico. Il,lavoro analitico è un opus che coinvolge entrambi i partner in un processo di trasformazione reciproco. In questo orizzonte si riconosce come inevitabile, ma anche come elemento indispensabile, la personale peculiarità del terapeuta che con la sua complessità si gioca nella relazione; si riconosce anche il ruolo attivo del paziente che contribuisce alla crescita psicologica del terapeuta. Si supera così anche la dicotomia fra salute mentale e patologia; fra conflitto nevrotico ed equilibrio psichico; fra un soggetto dotato di un sapere, più o meno supposto, e un oggetto collocato comunque in una posizione asimmetrica.
Molto spesso è difficile per l'analista dipanare le proprie emozioni, cercando di capire in che misura sono prodotte dall'identificazione proiettiva o risultato di conflitti nevrotici non risolti nella sfera della distruttività primitiva, oppure risposte difensive coerenti finalizzate ad arginare l'odio, o ancora manifestazioni di rabbia e rifiuto nella normale routine della terapia. Va però sottolineato che il terapeuta che non si dà la possibilità di uscire dagli impulsi riparativi non fornisce al paziente esperienze che possono aiutarlo a trasformare la propria distruttività elaborandola all'interno del rapporto (Micati, 1990). Paradossalmente, l'analista che non ammette la possibilità di odiare il paziente in alcuni casi non può neppure aiutarlo.

Ultimo aggiornamento ( domenica 18 marzo 2012 )
 
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